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“Gesù è più forte della camorra”, prova realistica di teatro civile e di parola

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Dal libro al teatro, una storia vera che da saggio-inchiesta-intervista è andata in scena per raccontare di una Napoli feroce e pura, fatta di camorra e di speranza, di perdizione e riscatto. Ha convinto tutti nello scorso fine settimana il debutto nazionale a Salerno di “Gesù è più forte della camorra” di Andrea Manzi, drammaturgia e regia di Pasquale De Cristofaro, produzione Campania Danza. Presso la Sala Pasolini si è visto finalmente un vero teatro di parola, che – lontano dai buonismi di maniera dei tanti don Matteo televisivi – ha saputo raccontare l’impegno di un prete di frontiera, don Aniello Manganiello. Il sacerdote dell’opera don Guanella è stato parroco per oltre tre lustri tra le vele di Scampia, vivendo tra la gente, immergendosi anima e corpo in una realtà difficile che non poteva essere osservata con distacco. Giovani leve della camorra finite in carcere, hanno trovato in don Aniello la possibilità di ricominciare una nuova vita e hanno cominciato a darsi da fare per dare una mano al quartiere, ai loro coetanei. E se il libro di Andrea Manzi vanta già due edizioni – prima con Rizzoli e poi con Europa Editrice- ed è stato ai vertici delle delle classifiche italiane per alcuni mesi con oltre 800 presentazioni, lo spettacolo teatrale non è da meno. Senza mai cadere nel pietismo, senza mai indulgere nella santificazione del protagonista, e non inciampando negli stereotipi del “gomorrismo” e del “savianismo” imperanti, De Cristofaro firma un’ottima versione teatrale di “Gesù è più forte della camorra”, dando corpo e voce al testo già di per sé forte di Manzi. Uno spettacolo che conquista il pubblico e convince, sotto tutti gli aspetti. La scelta degli attori appare quanto mai indovinata. Pur essendosi trattato di un debutto, ciascun interprete è apparso perfettamente a suo agio nella parte, e insieme tutti hanno dato prova di una affiatamento che solitamente nasce dopo mesi di repliche. E c’è da giurarci che di repliche ce ne saranno – anzi- consigliamo vivamente lo spettacolo agli studenti, perché un testo del genere è un bagno corpo e anima in quei valori di cittadinanza troppo spesso affidati al noioso bla bla bla dei convegni. Ma veniamo agli attori: don Aniello è interpretato sulle scene dal bravo Alfonso Liguori, che sa misurarsi con la vis travolgente di un uomo-sacerdote che non le manda a dire, ma sa al tempo stesso rispettare il voto di obbedienza e non si oppone quando il suo ordine religioso, inspiegabilmente, ne chiede il trasferimento. Indovinata la soluzione narrativa di introdurre sulle scene la figura della madre del sacerdote, interpretata da un’attrice di esperienza come Rosanna Di Palma. Felice Avella, nel ruolo del camorrista pentito “don Paolo”, è un valore aggiunto, così calato nella parte da far dimenticare per un attimo che ci si trovi a teatro, dando allo spettatore l’impressione di vivere la contesa dialettica tra il boss e il sacerdote direttamente nella sacrestia. I due giovani di Scampia che hanno cambiato vita, sono interpretati rispettivamente da Romolo Bianco e Antonello De Rosa. Bianco – giovane e affermato interpreta della canzone napoletana – è una rivelazione, tanto che per chi non sa dei suoi trascorsi discografici appare come un attore di grande esperienza. Sul palco Bianco canta anche dal vivo e gli basta una chitarra per sciogliere il pubblico e arricchire la scenografia con una cornice sonora. De Rosa – che tanto sarebbe piaciuto a Pasolini – fa sua la lezione di un teatro verità che chiede all’attore di non risparmiarsi, vivendo le sue passioni sulla scena con forza, carisma e verità. Del resto si tratta proprio di teatro-verità, per portare a tutti la storia di Don Aniello Manganiello, che come parroco guanelliano di Santa Maria della Provvidenza, ha saputo denunciare le piazze di spaccio e soprattutto le collusioni tra camorra e politica, ingaggiando polemiche roventi con i livelli istituzionali del tempo; segnalò alla procura antimafia anche sotterranei collegamenti tra alcuni agenti di polizia e gruppi criminali. Strappò alla criminalità molti giovani, trasformandoli spesso in operatori della legalità e convivendo, per questi motivi, con minacce gravissime vissute con coraggio e a viso aperto, rifiutando la scorta più volte offertagli. Entrò in polemica con Roberto Saviano (vinsero entrambi, nel 2011, il Premio Paolo Borsellino) opponendosi con forza alla “criminalizzazione” di un intero territorio. Don Manganiello continua il suo impegno con l’Associazione Ultimi da lui fondata nel 2011 e con il Premio Borsellino, del quale è Garante nazionale. E lo continuerà, indirettamente, arrivando ad un platea più ampia anche con questo spettacolo.

 

 

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Scritto da su 8 Aprile 2019. Archviato in Culture, Spettacoli. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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