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La collezione Ruggi del Museo Dioceano apre al pubblico

Capolavori del Seicento svelati. Fino al 29 dicembre, la Soprintendenza BSAE di Salerno ed Avellino, aprirà al pubblico i propri laboratori di restauro presso il Museo Diocesano di Salerno, ogni mercoledì e venerdì dalle  9.00 alle 13.00. Durante le aperture saranno mostrate al pubblico, per la prima volta, le opere del corpus di dipinti del Seicento della collezione Ruggi, tele mai uscite dai depositi della Soprintendenza che, dopo averle restaurate, le custodisce. Sono 28 dipinti, tutti raffiguranti scene sacre, donati alla Cattedrale di Salerno con documento testamentario del Marchese Giovanni Ruggi d’Aragona, morto il 10 luglio 1870, che così scrive: La quadreria  rappresentante  effigie di santi all’Arcivescovado, quelli profani  agli esecutori testamentari’. Per la cronaca, contrariamente a quanto riportato, il Casato dei Ruggi d’Aragona non si è estinto con il Marchese Giovanni Ruggi. L’esperimento inaugurato, di apertura straordinaria dei laboratori, rappresenta il primo passo verso una più completa fruizione delle opere in un progetto espositivo vero e proprio. “Dopo una breve esposizione, alcuni anni or sono, di una piccola parte di essi, i dipinti sono stati ricollocati nei depositi e mai più mostrati – spiega il Soprintendente Fabio De Chirico, che proprio ieri ha passato le consegne al nuovo Soprintendente Bsae di Salerno e Avellino, Maura Picciau – E’ un progetto che è iniziato con me e proseguirà con la collega Picciau che si insedia oggi. Si tratta di dipinti che costituiscono una parte fondamentale della prima raccolta del Museo Diocesano, molte opere non sono mai state viste prima dalla cittadinanza di Salerno”. Durante le aperture i quadri verranno progressivamente spostati dai depositi ai laboratori, dove saranno eseguite operazioni di schedatura tecnica e di revisione dei vecchi restauri. Le operazioni saranno illustrate al pubblico, costituito da scuole e da chiunque voglia partecipare, da parte dei funzionari conservatori restauratori e delle altre figure professionali impegnate nei laboratori. Uno storico dell’arte sarà presente per fornire al pubblico notizie di carattere documentario e scientifico sulle opere e sulla famiglia Ruggi. E’ un uomo generoso il marchese Giovanni, esponente di una famiglia la cui importanza, nel Governo della città, trae origini da lontano. “Tra le famiglie presenti a Salerno nel XVIII secolo, quella dei Ruggi è forse l’unica  che può vantare le più nobili ed antiche origini – scrive Maria Guglielmina Felici, della Soprintendenza Bsae nel libro Palazzi Nobiliari a Salerno (edizioni Laveglia 1996) – Deriverebbe direttamente dai principi Normanni e un tal Franceschiello Ruggi sarebbe stato il cognato di Roberto il Guiscardo. Si narra infatti che nel 1084 il principe Normanno, insieme al cognato Franceschiello Ruggi, abbiano accompagnato da Roma a Salerno il papa Alessandro III”. La Collezione è composta quasi esclusivamente di opere del Seicento napoletano con un gran numero di quadri di cultura naturalistica ed una piccola componente di cultura barocca.  Al momento manca qualsiasi documento che indichi la consistenza del lascito dei dipinti alla cattedrale. L’unico riferimento proviene dall’elenco pubblicato da mons. Arturo Capone nel secondo volume del Duomo di Salerno, edito nel 1929, ossia sessanta anni dopo. Lo studioso indica 28 dipinti con i rispettivi soggetti, conservati nella sacrestia del duomo e ricordati come appartenenti alla collezione. Essi, quindi, sono stati conservati sempre nella sacrestia della cattedrale di San Matteo. Negli anni Trenta del ‘900 lo stesso mons. Capone, su incarico dell’arcivescovo Monterisi, aveva cominciato ad organizzare il Museo Diocesano di Salerno. E, quando si avviarono i lavori di restauro della fabbrica del duomo, fu naturale rimuovere l’intera collezione dalla sacrestia e farla convergere nel museo di cui andarono a costituire il principale nucleo della pinacoteca. Fino al sisma del 1980 essi erano conservati nell’ex sede del Museo annessa al duomo, successivamente trasferita presso il complesso dell’ex seminario. 
CAPOLAVORI DEL SEICENTO E DEL BAROCCO.
La Collezione è composta quasi esclusivamente di opere del Seicento napoletano con un gran numero di quadri di cultura naturalistica ed una piccola componente di cultura barocca.  Non pochi di questi dipinti hanno trovato posto in studi specialistici con attribuzioni a pittori importanti del Seicento napoletano. Si ricordano fra questi Filippo Vitale, Giuseppe Ribera, Francesco Guarino, Andrea Vaccaro, Nicola Vaccaro, fino a Luca Giordano. I soggetti, almeno questi noti, indicano una collezione che si articola in filoni di rappresentazione sacra che abbraccia episodi presenti nella Bibbia, come la Storia di Rebecca o di Mosè, prescelti per il loro significato allegorico e morale in una rivisitazione tipologica dei testi sacri. Allo stesso modo sono presenti figure di santi o della vita di Gesù che esprimono un determinato livello di religiosità. In questo contesto, però, emerge il valore artistico di una collezione che, per gli altissimi livelli delle opere, indica una sua costituzione attraverso gradi di consapevolezza e di conoscenza. Ciò implica il fatto che la raccolta sia il frutto di un collezionismo specialistico coltivato da più generazioni, ma sicuramente costituitosi nel corso del XVII secolo in una puntuale sintonia con un gusto in voga fra le nobili famiglie napoletane. E i Ruggi avevano residenza anche a Napoli, capitale del Viceregno spagnolo prima e del Regno borbonico dopo, che frequentavano con assiduità. Da un punto di vista conservativo i dipinti sono stati sottoposti tutti a restauro; alcuni di essi anche a Capodimonte. La gran parte, però, è stata restaurata dalla soprintendenza di Salerno in più fasi, a cominciare dalla fine degli anni ottanta. Il primo restauro ha riguardato soprattutto interventi di foderatura e di prima pulitura evitando integrazioni o rimozioni. Un completamento è avvenuto agli inizi del nuovo decennio.